Felicia Bartolotta Impastato

24 Maggio 1916 – 7 Dicembre 2004

“Tenete sempre la testa alta e la schiena dritta”

Felicia Bartolotta Impastato nacque a Cinisi nel 1916 da una famiglia della piccola borghesia, il padre impiegato al comune e la madre casalinga. Si sposò nel 1947 con Luigi Impastato, figlio di una famiglia di piccoli allevatori legati alla mafia del paese, dal quale ebbe due figli: Giuseppe (anche detto Peppino) e Giovanni Impastato.
Il matrimonio con Luigi fu un matrimonio molto burrascoso, Felicia non vedeva di buon occhio le amicizie del marito, tra cui quella con Gaetano Badalamenti, che diventerà capomafia di Cinisi dopo la morte di Cesare Manzella, cognato di Luigi che morì nel 1963, ucciso dall’esplosione di un’auto imbottita di tritolo.
La morte dello zio colpì profondamente Peppino, quell’evento lo portò a riflettere sull’ambiente che lo circondava e segnò l’inizio della sua lotta alla mafia, Peppino infatti fondò una radio locale, detta Radio Aut, attraverso la quale attaccò diversi mafiosi. La lotta di Peppino fu motivo di moltissime liti con il padre Luigi che, probabilmente in parte per inerzia e in parte per paura di ritorsioni sui familiari, non aveva la forza di rompere i propri legami con l’ambiente malavitoso.
Dall’inizio dell’attività di Peppino fino alla morte del marito Luigi Impastato, la vita di Felicia fu una continua lotta. Cercò in ogni momento di difendere il figlio che continuava assiduamente la sua attività antimafia; ella però sapeva che, finché il marito Luigi era in vita, Gaetano Badalamenti e gli altri mafiosi non avrebbero mai fatto del male a Peppino, in quanto figlio di un loro amico.
Nel 1977 Luigi morì in un presunto incidente e Felicia si preoccupò ancora di più per la situazione di Peppino, avvertendolo del grosso rischio che correva senza più il padre a proteggerlo e infatti, circa 8 mesi dopo, la mattina del 9 maggio 1978 il corpo di Peppino venne ritrovato dilaniato.
Dopo alcuni giorni di smarrimento Felicia decise di costituirsi parte civile nel processo per l’omicidio del figlio. Questa decisione la portò fin da subito a rompere pubblicamente i rapporti con la famiglia del marito legata alla criminalità e con l’aiuto del figlio Giovanni e della nuora, iniziò a rendersi protagonista di un’attività continua e costante finalizzata a fare giustizia sulla morte del figlio affinché emergesse la verità e venissero puniti i responsabili.
Solo nel 2002 Badalamenti venne riconosciuto come colpevole dell’uccisione di Peppino.
Dopo aver ottenuto giustizia per il figlio, Felicia raccontò la sua vita nel libro La mafia in casa mia e morì nella sua città d’origine il 7 dicembre 2004, all’età di 88 anni.
Finché era in vita, Felicia accolse sempre molto volentieri nella sua casa, giovani e meno giovani che desideravano incontrarla e conoscere la storia del suo tanto amato figlio.
Così diceva: “Mi piace parlarci, perché la cosa di mio figlio si allarga, capiscono che cosa significa la mafia. E ne vengono, e con tanto piacere per quelli che vengono! Loro si immaginano: ‘Questa è siciliana e tiene la bocca chiusa’. Invece no. Io devo difendere mio figlio, politicamente, lo devo difendere. Mio figlio non era un terrorista. Lottava per cose giuste e precise”.